Il tema della IX edizione della Settimana della Biodiversità Pugliese (18-22 maggio), organizzata dalla Regione Puglia e dal Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, è “semi”. Nel segnalarlo abbiamo spiegato che “semi” non va inteso solo come “corpi riproduttivi delle piante fanerogame” bensì come qualsiasi cosa che germina; anche un’idea, un progetto, una realtà.

Semi però è anche il primo elemento di numerose parole composte derivate dal latino, o formate più recentemente, in cui significa «mezzo, a metà, per metà» o anche, più genericamente, «in parte, parzialmente, quasi»: semiacerbo, semiaperto, semiautomatico, seminterrato.

Noi in agricoltura utilizziamo molto spesso i termini seminato e seminativo…

I semi, quelli che seminiamo, fanno parte dei cosiddetti beni intermedi (con i concimi, i mangimi, l’energia). In agricoltura rappresentano l’input produttivo che origina la coltura, la produzione agricola. I semi rappresentano un costo operativo (a monte) che incide sul valore aggiunto della produzione agricola (per “sementi e piantine” nel 2025 sono stati spesi 2.239.389 euro; nel 2015 1.392.289 euro). In termini quantitativi non c’è nulla capace di incrementare la biomassa come quando si passa dal seme al raccolto. Pensate al pomodoro. Un seme di pomodoro pesa appena 2-3 milligrammi. Ma una pianta di pomodoro può produrre chili e chili di bacche in pochi mesi.

I semi generano ricchezza. 

Oggi il seme ha un costo elevato, soprattutto quando è il risultato di un incrocio fatto in laboratorio o in campo. Un seme può costare anche più di dieci centesimi di euro e per un ettaro di pomodoro occorrono più di trentamila semi (per lo più si utilizzano piantine per il trapianto, che possono costare anche più di un euro). Per il loro valore, le multinazionali che producono i semi, per ripagarsi di tutte le spese sostenute dai loro apparati di ricerca per generare la varietà di turno, producono tantissimi semi di poche varietà. Varietà che vadano bene in quanti più posti possibili. Invece, in passato, in ogni località, si produceva e si utilizzava la semente necessaria e tante varietà diverse adattate al territorio (e che meglio si adattano ai cambiamenti climatici). Per noi, e per avere più biodiversità, bisognerebbe puntare ad un adattamento specifico a differenti località, e ad avere tante varietà e i relativi semi. Anche per costruire un sistema alimentare più sostenibile e rendere la nostra società più resiliente e meglio preparata alle sfide che dobbiamo affrontare.

Una volta i semi venivano portati in dote dalla sposa e trasferiti agli eredi per successione. È ancora il caso di dirlo… con un seme.

Pietro Santamaria

(curatore della Settimana della Biodiversità Pugliese)

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