Uno degli aspetti irrisolti più difficilmente spiegabili dell’inverno è strettamente legato a un’orticola pugliese per eccellenza.
Si tratta della presenza di piccoli agglomerati di tessuto sull’estremità superiore dei cappelli che si indossano per ripararsi dal freddo: i pon-pon.
Le origini di quella che sembra essere una decorazione inutile sono da alcuni ricondotte a una statuetta votiva ritrovata nel 1904 in Svezia che raffigura il dio norreno Freyr con un elmetto che termina con ciò che sembra proprio un pon-pon.
Secondo alcuni, la motivazione della presenza di tale decorazione sta nel nålbinding, un’antica tecnica simile al lavoro ai ferri ancor oggi presente nella tradizione dei paesi scandinavi, per cui la “pallina decorativa” sarebbe un modo per nascondere una cucitura.

L’italiano pon-pon deriva, leggendo i dizionari etimologici, dal francese pompon: il termine francese risulta per la prima volta nel 1798, da una voce di origine infantile, onomatopeica. I cappelli con il pon-pon erano già usati dalla fanteria napoleonica, con colori diversi a seconda della divisione militare di appartenenza. Anche la chiesa romana ha indossato per secoli copricapi con questa decorazione, conosciuti come berrette.
In italiano si usa anche pompò e, più raro, pompóne.

Ma se finora non si è stati in grado di andare più indietro del XVIII secolo, la filologia non mente e dissipa le nebbie.
Pierre de Ronsard, poeta e cortigiano francese nato nel 1524, nelle sue Odi scrive:

L’artichaut et la salade,
L’asperge et la pastenade,
Et les pompons tourangeaux
Me sont herbes plus friandes
Que les royales viandes

Qui se servent à monceaux.

Ovvero:

Il carciofo e l’insalata,
L’asparago e la pastinaca,
E i meloni immaturi dei dintorni di Tours
Sono erbe a me più care
Delle carni reali

Che si servono a mucchi.

Se pastenade deriva chiaramente, in linea diretta, dal latino pastinaca, il termine pompons altro non è che poupon, popon, che nel XVI secolo in Francia erano varianti del termine latino pepo.

Il principale testo sulla conoscenza delle specie spontanee per tutto il Medioevo e anche in parte oltre l’avvento della stampa è il De Materia Medica di Dioscoride.
In epoche di scarsa conoscenza del greco, come la tarda antichità e il Medioevo, fu utilizzato in traduzioni latine, arabe o armene. Cassiodoro, nel suo Institutio divinarum litterarum (cap. 31), nel VI secolo invita i monaci che non sanno il greco a leggere “herbarium Dioscoridis qui herbas agrorum mirabili proprietate disseruit atque depinxit”, “l'erbario di Dioscoride, che discuteva e raffigurava le meravigliose proprietà delle erbe dei campi”.
Esistevano tre traduzioni latine, dal III al VI/VII secolo. L’unica tra queste giunta come traduzione diretta dal greco è il cosiddetto Dioscorides Longobardus. A queste se ne aggiunge una quarta, redatta anch’essa in ordine alfabetico e chiamata - nei manoscritti del XI secolo - Dyascorides. E la sua fonte è il Dioscorides Longobardus. La collocazione cronologica del Dyascorides è la prima metà dell’XI secolo, anteriormente alla consistente diffusione delle conoscenze arabe.

Il Dioscorides Longobardus è il codice Latino Monacensis 337, terminato intorno al 960. È definito “dei Longobardi” perché realizzato nei territori in cui essi si stanziarono, vicino i Greci bizantini.
Pur essendo traduzione latina dell’opera principale di Dioscoride, il testo presenta delle differenze rispetto all’opera originale. Com’era uso e come confermano numerosi studiosi di erbari manoscritti, le aggiunte o le differenze nei testi indicano le usanze e le ricette “nuove” rispetto a quando scritto da Dioscoride di Anazarbo tra il 60 e il 78, e legate al territorio in cui la nuova versione viene copiata.
Il cod. Lat. Monacensis 337 è scritto in Beneventana Bari Type poiché presenta tratti caratteristici di questa grafia. Diversi nomi di specie vegetali, come anche ricette, sono ancor oggi presenti nel territorio pugliese.

Nel De Materia Medica si legge del Sikos Emeros, suggerito Cucumis sativus vulgaris da Fuchs e Bauhin, Cucurbita maior o C. oblonga (Fuchs), Cucurbita lagenaria L., Lagenaria vulgaris; chiamata sicyos in latino, o Cucumis sativa, il cetriolo. Si legge: “Il cetriolo coltivato fa bene all’intestino e allo stomaco, è rinfrescante (se non è andato a male), efficace per la vescica (favorisce la minzione). Si annusa per rinvigorire chi è in deliquio, e il seme è leggermente diuretico. Con latte o passito fa bene alle ulcere della vescica. Le foglie si applicano con il vino per curare i morsi dei cani; con il miele guariscono le pustole che compaiono di notte”.
Nella versione del Dioscorides Longobardus per la stessa specie, chiamata De cucumis bono (“Il cocomero buono”), si legge: “Il cocomero si mangia freddo ed è astringente, utile per la vescica di cui allevia i disturbi. Applicato sulla pelle, il suo seme è diuretico e mescolato a latte materno e bevuto, guarisce le ferite della vescica. Le sue foglie, applicate come cataplasma con vino, guariscono i morsi dei cani e, aggiunte al miele, rimuovono gli epinittidi (specie di pustole)”.

Segue la descrizione di un’altra specie, il pepone, e probabilmente l’illustrazione nel Lat. Monacensis 337 è la prima nella storia di un melone immaturo.
Il testo indica: De pepone (glossato ð pepone), ovvero “Del melone”. Segue: “La polpa del melone (immaturo, N.d.A.), se mangiata, è diuretica. Applicata come cataplasma, rimuove i gonfiori degli occhi. La sua buccia, applicata sulla calotta della testa, protegge i neonati dal calore. Applicata sulla fronte, ferma i dolori agli occhi. La sua polpa e i suoi semi, aggiunti alla farina ed essiccati al sole, quando applicati restituiranno un colorito chiaro alle donne. La sua radice, bollita con melassa, se bevuta provoca nausea a digiuno; e può farlo dopo pranzo, e se ne possono somministrare due oboli. Applicata con miele, disperde la durezza dello stomaco”.

Naturalmente, gli usi descritti sono comunque inerenti la medicina, ovvero come utilizzare le specie vegetali per la cura della persona.
Il testo originale del De Materia Medica è: “La polpa del melone (immaturo) è diuretica se ingerita, ma allevia l’infiammazione agli occhi. Le parti raschiate (la buccia, N.d.A.) viene applicata sulla sommità della testa dei bambini affetti da siriasi (insolazione); e viene applicata come un anacollema (qualcosa contro ciò che è incollato) sulla fronte per gli occhi reumatici (doloranti). Il succo, insieme al seme, mescolato con farina e fatto essiccare al sole, è un detergente per eliminare la sporcizia e rendere la pelle del viso pulita. Un cucchiaino di radice secca (preso come bevanda con acqua e miele) provoca il vomito. Se qualcuno vuole vomitare delicatamente dopo cena, saranno sufficienti due volte dieci grani. Guarisce anche la favus (malattia contagiosa della pelle) strofinata con miele".

Anche dall’illustrazione del Dioscorides Longobardus si evince che il pepone è un melone immaturo.
Il francese pompon, oltre che per similitudine con un frutto rotondo e oblungo, potrebbe indicare le foglie o il picciolo del frutto; e ciò potrebbe anche collegarsi con l’usanza descritta di coprire il capo dei bambini per proteggersi dai raggi solari e dal calore.
Inoltre, non va dimenticato che spesso i frutti delle Cucurbitaceae erano utilizzati, nel folklore, come “sostituto” del capo, come oggi con le zucche di Halloween.
E, ancora, nella suddetta illustrazione al lato destro è presente una sorta di pon-pon a fili rossi.

Ancora oggi, nei dialetti pugliesi, lo si chiama peponə, e sulle bancarelle dei mercati rionali, o sulle sedie che i contadini mettono fuori la porta di casa, capita di vederlo, naturalmente a strisce gialle e verdi, e non azzurre. Ma questa è un’altra storia…