In Italia tutti lo conosciamo come lampascione o lampagione, in alcune aree giacinto dal pennacchio o, semplicemente, muscari, dal binomiale Muscari comosum (L.) Mill. (anche Leopoldia comosa (L.) Parl.), detto anche cipolla canina, cipollaccia turchina

Pianta erbacea della famiglia delle Liliaceae (o Asparagaceae secondo la classificazione APG), è diffusa in tutto il Mediterraneo. In greco è chiamato βολβοί, βροβιούς (volví, vrovioús) e in alcune zone del sud Italia aggio sarvaggiu, “aglio selvaggio”. Altri nomi popolari sono: cipolla di serpe, jacinto delle vigne, lambagione, muscaro selvatico, muschino selvatico, porrettaccio, zazzeruto. Dalla fine dell’autunno alla fine dell’inverno si raccolgono i bulbi, rosacei o biancastri, dal tipico tono amaro con sfumature che ricordano la menta.
È un Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) di Puglia, una specie sia alimentare che medicinale usata dall’uomo sin dall’antichità: i suoi pollini sono stati trovati nei reperti archeologici del Medio Paleolitico di Shanidar IV, nel Kurdistan iracheno. In Grecia erano utilizzati come diuretico.
In Italia pare che i Sanniti siano stati i primi ad usarlo. Da loro, i Romani iniziarono a coltivarlo, e dicevano fosse un afrodisiaco e che andava consumato insieme alla herba salax, la rucola selvatica. Nel Medioevo si usava il bulbo, pestato con il miele, per curare i foruncoli.
Pochi sanno che oltre al bulbo è commestibile l’intera pianta: in questo periodo fioriscono regalando distese dal blu al viola con un profumo che attrae bombi e api e che ricorda la fragola.
A Grottaglie, il fiocco e le cime, chiamati pisciacantánnu, si mangiano fritti. I fiori si possono fermentare in brina molto delicata e per breve tempo dato che anche il fiore è mucillaginoso. Molto particolare la brina dolce (2%) con cui si ottiene uno sciroppo denso ottimo da utilizzare su yogurt e gelati. I fiori, contrariamente ai bulbi, non hanno tono amaro ma mantengono il sapore tipico “selvatico” che ricorda lo sc’lep

Lo sc’lep (salep), lo sciroppo curativo che nei paesi mediorientali si otteneva dai bulbi delle orchidee selvatiche, considerate un afrodisiaco, termine che l’autrice ritiene filologicamente imparentato con lo stesso termine sciroppo (“liquido dolce e corposo”, dal francone sirup, “bevanda zuccherata” (XIII secolo), in italiano siroppo, dall’arabo sharab, “bevanda; vino”, letteralmente “qualcosa che fa inebriare/ubriacare”, dal verbo shariba, “egli ha bevuto/bevve” (cfr. spagnolo jarabe, jarope; antico provenzale eissarop, anch’essi dall’arabo)).
L’italiano sciroppo arriva tramite il latino medievale sirupus (cfr. sorbetto, da zerbet, “bevanda ottenuta da succo di frutta diluito e zuccherato”, e raffreddata con neve fresca quando possibile, dal turco serbet, dal persiano sharbat, dall’arabo sharba(t), “bevanda”, da shariba. Cfr. anche italiano sorbire). 

Il sorbetto, sharbat o sherbet, è una bevanda che si prepara con frutta e petali di fiori, spesso servita in forma concentrata e mangiata con un cucchiaio. Solo in epoche recenti verrà diluita con acqua e bevuta. Storicamente, il sorbetto nasce con una preparazione a base di semi di basilico, acqua di rose, legno di sandalo, ibisco, Grewia asiatica, semi di chia, e farina di tuberi. Il termine deriva dal persiano تبرش , sharbat, e dal turco şerbet, entrambi dall’arabo ةبرش, sharba, “una bevanda”.

Sorbetto e salep sono anche collegati perché lo sc’lep era spesso mangiato sotto forma di sorbetto. Lo sc’lep (salep) deriva dai bulbi delle orchidee selvatiche, tirati su dal terreno prima che la pianta fiorisca – è risaputo che la raccolta delle parti ipogee va fatta quando la pianta è in quiescenza, quindi durante la stagione invernale -, fatti bollire in acqua, poi fatti essiccare, e macinati a mano fino a diventare polvere.
La Turchia ha più di 170 tipi di orchidee selvatiche da cui si produce. Esso ha notevoli proprietà curative, tra cui guarire le malattie dell’apparato respiratorio e prevenire la bronchite. Oggi tutte le orchidee selvatiche sono protette e non possono essere raccolte: in Turchia si prepara con gomma di guar e aromi artificiali.
Filologicamente, la parola salep deriva dall’arabo سحَ ل ْ بَ , saḥlab, turco sālep, dall’arabo َ ْعل ث بَ, traslitterato ٱلث عَ لْ بَ, aṯ-ṯaʿlabi, letteralmente “della volpe”. Il vocabolo è entrato molto tardi nelle lingue europee, all’incirca intorno al 1740, con il significato di “droga da amido o gelatina prodotta dai bulbi essiccati di piante simili alle orchidee”, tramite l’abbreviazione della parola araba khasyu 'th-thaeleb, letteralmente “i testicoli di volpe” (cfr. il nome in inglese dogstones o dog’s codes; il primo, letteralmente “pietre di cane”, è un termine per indicare qualunque tipo di orchidea selvatica in Inghilterra, oggi obsoleto. E il cane appartiene alla stessa famiglia della volpe). 

I mercanti di salep erano, nelle aree di appartenenza, i Tha’lebjián (vi ricorda qualcuno?): duecento uomini senza negozio fisso. Il salep, i bulbi delle orchidee dei generi Orchis (incluse soprattutto Orchis mascula e Orchis militaris), contenenti glucomannano, cresce in alto sulle montagne, come l’Olympus a Brússa, sull’Ararat, e sul Kopres Yaila in Bosnia, lo Jemerneh Yaila in Erzegovina, e altri luoghi.
L’antica ricetta vuole che la polvere di bulbi sia cotta con zucchero fino a ottenere una sorta di gelatina, il palúdeh, e conservata in contenitori di terracotta che vengono poi riscaldati sul fuoco. La ricetta consiglia poi di sciogliere la polvere (il vero salep ci mette 40 minuti per sciogliersi) in acqua di rose, la tradizione vuole che i Tha’lebjián gridino per strada “Prendete il salep aromatizzato all’acqua di rose, sollievo per l’anima, salute per il corpo!”.
In Libano si mangia ancora oggi, e prima di berlo, caldo, d’inverno, si cosparge sopra con una polverina: polvere dei bulbi stessi, con un sentore di vaniglia. Le settanta qualità del salep sono scritte in dettaglio in una dissertazione scritta dal fisico Davide.
Ma la meravigliosa storia non finisce qui: in Gran Bretagna esiste la contea dello Shropshire, il cui nome è notoriamente abbreviato, a livello storico, in Salop. Chi vive lì è chiamato Salopian. Sembra assurdo ma le parole, anche il nome della contea dello Shropshire, sono collegate a sc’lep. È in parte il risultato di una divisione, avvenuta migliaia di anni fa, tra il nome anglosassone e il nome in francone per la città di Shrewsbury, capoluogo della contea. In Gran Bretagna, in quella zona, anticamente, raccoglievano tuberi della “purple orchid”, la Orchis morio (Anacamptis morio), raccolta per motivi curativi per uso interno. Sin da allora si diceva, inoltre, che aumentasse la fertilità maschile - per la similitudine tra tuberi gemelli e testicoli, come del resto già anche a livello etimologico -.
Pochi sanno che in Grecia e Magna Grecia per lo sc’lep si usavano i bulbi di muscari, ridotti in polvere, mentre i fiori entravano in altre preparazioni come la lattofermentazione alcolica che si preannuncia in foto. 

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