Nel Medioevo le teorie naturalistiche descrivevano gli esseri viventi (piante, animali e uomini) come gradini di una scala in cui ciascuno occupava una posizione più o meno prestigiosa a seconda dell’altezza. “Tra le piante quelle di infimo valore erano ritenuti i bulbi e le radici con le parti commestibili affondate nel sottosuolo; poi venivano le erbe, gli arbusti e infine gli alberi, i cui frutti (riservati ai signori) svettano alti nel cielo.” (Montanari, 2023 - pagina 33).

I frutti che si potevano raccogliere dagli alberi (in aria, elevandosi) erano riservati alle tavole dei signori. I poveri ne erano esclusi: potevano mangiare solo i frutti che cadevano a terra, magari marci o troppo maturi. Ne è una dimostrazione anche il quadro “La fruttivendola” di Vincenzo Campi (1580 ca., Milano, Pinacoteca di Brera), con alcuni ortaggi nella parte più bassa della tela.

Solo dalla fine dell’Ottocento gli ortaggi hanno iniziato ad avere dignità. In precedenza erano considerati relitti della produzione vegetale o curiosità. Basti pensare a come erano visti e considerati il pomodoro o la patata: buoni per gli occhi (i pomodori? delle curiosità) o al massimo per i maiali (le patate). 

Del resto il pomodoro appare in una solo natura morta italiana prima della metà del Settecento: “Si tratta del dipinto “Natura morta con fiori e frutti”, esposto alla Galleria Borghese di Roma, databile non oltre il 1607 (ma risalente più probabilmente agli anni Ottanta del Cinquecento). Nell’angolo inferiore destro (ancora in basso… - ndr) si vede un pomodoro tra due peperoncini rossi.” (Gentilcore, 2010 - pagina 38). 

Per raccogliere gli ortaggi in campo ci inchiniamo, ci pieghiamo in arco per raccogliere i prodotti della terra, per atto di riverenza, come a rendere omaggio a madre Terra.

(continua…)


QUESTO È L’INIZIO DEL MIO NUOVO LIBRO (un ebook) CHE PRESENTEREMO IL 20 MAGGIO 2024 NELL’AULA MAGNA DI AGRARIA: “Pillole (ricostituenti) di agrobiodiversità degli ortaggi pugliesi da frutto”.

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